Blog ufficiale del Vicariato di Santa Lucia del Mela, Arcidiocesi di Messina-Lipari- Santa Lucia del Mela. Aggiornamenti, appuntamenti, news, approfondimenti, foto, video e tanto altro ancora.
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giovedì 28 febbraio 2013
lunedì 11 febbraio 2013
Il papa abdica
DECLARATIO
Carissimi Fratelli,
vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice.
Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l’amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell’eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.
Dal Vaticano, 10 febbraio 2013
BENEDICTUS PP XVI
© Copyright 2013 - Libreria Editrice Vaticana
domenica 10 febbraio 2013
Messaggio del Santo Padre per la Quaresima 2013
MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
BENEDETTO XVI
PER LA QUARESIMA 2013
BENEDETTO XVI
PER LA QUARESIMA 2013
Credere nella carità suscita carità
«Abbiamo conosciuto e creduto l'amore che Dio ha in noi» (1 Gv 4,16)
«Abbiamo conosciuto e creduto l'amore che Dio ha in noi» (1 Gv 4,16)
Cari fratelli e sorelle,
la celebrazione della Quaresima, nel contesto dell’Anno della fede, ci offre una preziosa occasione per meditare sul rapporto tra fede e carità: tra il credere in Dio, nel Dio di Gesù Cristo, e l’amore, che è frutto dell’azione dello Spirito Santo e ci guida in un cammino di dedizione verso Dio e verso gli altri.
1. La fede come risposta all'amore di Dio.
Già nella mia prima Enciclica ho offerto qualche elemento per cogliere lo stretto legame tra queste due virtù teologali, la fede e la carità. Partendo dalla fondamentale affermazione dell’apostolo Giovanni: «Abbiamo conosciuto e creduto l'amore che Dio ha in noi» (1 Gv 4,16), ricordavo che «all'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva... Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4,10), l'amore adesso non è più solo un ”comandamento”, ma è la risposta al dono dell'amore, col quale Dio ci viene incontro» (Deus caritas est, 1). La fede costituisce quella personale adesione – che include tutte le nostre facoltà – alla rivelazione dell'amore gratuito e «appassionato» che Dio ha per noi e che si manifesta pienamente in Gesù Cristo. L’incontro con Dio Amore che chiama in causa non solo il cuore, ma anche l’intelletto: «Il riconoscimento del Dio vivente è una via verso l'amore, e il sì della nostra volontà alla sua unisce intelletto, volontà e sentimento nell'atto totalizzante dell'amore. Questo però è un processo che rimane continuamente in cammino: l'amore non è mai “concluso” e completato» (ibid., 17). Da qui deriva per tutti i cristiani e, in particolare, per gli «operatori della carità», la necessità della fede, di quell'«incontro con Dio in Cristo che susciti in loro l'amore e apra il loro animo all'altro, così che per loro l'amore del prossimo non sia più un comandamento imposto per così dire dall'esterno, ma una conseguenza derivante dalla loro fede che diventa operante nell'amore» (ibid., 31a). Il cristiano è una persona conquistata dall’amore di Cristo e perciò, mosso da questo amore - «caritas Christi urget nos» (2 Cor 5,14) –, è aperto in modo profondo e concreto all'amore per il prossimo (cfr ibid., 33). Tale atteggiamento nasce anzitutto dalla coscienza di essere amati, perdonati, addirittura serviti dal Signore, che si china a lavare i piedi degli Apostoli e offre Se stesso sulla croce per attirare l’umanità nell’amore di Dio.
«La fede ci mostra il Dio che ha dato il suo Figlio per noi e suscita così in noi la vittoriosa certezza che è proprio vero: Dio è amore! ... La fede, che prende coscienza dell'amore di Dio rivelatosi nel cuore trafitto di Gesù sulla croce, suscita a sua volta l'amore. Esso è la luce – in fondo l'unica – che rischiara sempre di nuovo un mondo buio e ci dà il coraggio di vivere e di agire» (ibid., 39). Tutto ciò ci fa capire come il principale atteggiamento distintivo dei cristiani sia proprio «l'amore fondato sulla fede e da essa plasmato» (ibid., 7).
2. La carità come vita nella fede
Tutta la vita cristiana è un rispondere all'amore di Dio. La prima risposta è appunto la fede come accoglienza piena di stupore e gratitudine di un’inaudita iniziativa divina che ci precede e ci sollecita. E il «sì» della fede segna l’inizio di una luminosa storia di amicizia con il Signore, che riempie e dà senso pieno a tutta la nostra esistenza. Dio però non si accontenta che noi accogliamo il suo amore gratuito. Egli non si limita ad amarci, ma vuole attiraci a Sé, trasformarci in modo così profondo da portarci a dire con san Paolo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me (cfr Gal 2,20).
Quando noi lasciamo spazio all’amore di Dio, siamo resi simili a Lui, partecipi della sua stessa carità. Aprirci al suo amore significa lasciare che Egli viva in noi e ci porti ad amare con Lui, in Lui e come Lui; solo allora la nostra fede diventa veramente «operosa per mezzo della carità» (Gal 5,6) ed Egli prende dimora in noi (cfr 1 Gv 4,12).
La fede è conoscere la verità e aderirvi (cfr 1 Tm 2,4); la carità è «camminare» nella verità (cfr Ef4,15). Con la fede si entra nell'amicizia con il Signore; con la carità si vive e si coltiva questa amicizia (cfr Gv 15,14s). La fede ci fa accogliere il comandamento del Signore e Maestro; la carità ci dona la beatitudine di metterlo in pratica (cfr Gv 13,13-17). Nella fede siamo generati come figli di Dio (cfr Gv 1,12s); la carità ci fa perseverare concretamente nella figliolanza divina portando il frutto dello Spirito Santo (cfr Gal 5,22). La fede ci fa riconoscere i doni che il Dio buono e generoso ci affida; la carità li fa fruttificare (cfr Mt 25,14-30).
3. L'indissolubile intreccio tra fede e carità
Alla luce di quanto detto, risulta chiaro che non possiamo mai separare o, addirittura, opporre fede e carità. Queste due virtù teologali sono intimamente unite ed è fuorviante vedere tra di esse un contrasto o una «dialettica». Da un lato, infatti, è limitante l'atteggiamento di chi mette in modo così forte l'accento sulla priorità e la decisività della fede da sottovalutare e quasi disprezzare le concrete opere della carità e ridurre questa a generico umanitarismo. Dall’altro, però, è altrettanto limitante sostenere un’esagerata supremazia della carità e della sua operosità, pensando che le opere sostituiscano la fede. Per una sana vita spirituale è necessario rifuggire sia dal fideismo che dall'attivismo moralista.
L’esistenza cristiana consiste in un continuo salire il monte dell’incontro con Dio per poi ridiscendere, portando l'amore e la forza che ne derivano, in modo da servire i nostri fratelli e sorelle con lo stesso amore di Dio. Nella Sacra Scrittura vediamo come lo zelo degli Apostoli per l’annuncio del Vangelo che suscita la fede è strettamente legato alla premura caritatevole riguardo al servizio verso i poveri (cfr At 6,1-4). Nella Chiesa, contemplazione e azione, simboleggiate in certo qual modo dalle figure evangeliche delle sorelle Maria e Marta, devono coesistere e integrarsi (cfrLc 10,38-42). La priorità spetta sempre al rapporto con Dio e la vera condivisione evangelica deve radicarsi nella fede (cfr Catechesi all’Udienza generale del 25 aprile 2012). Talvolta si tende, infatti, a circoscrivere il termine «carità» alla solidarietà o al semplice aiuto umanitario. E’ importante, invece, ricordare che massima opera di carità è proprio l’evangelizzazione, ossia il «servizio della Parola». Non v'è azione più benefica, e quindi caritatevole, verso il prossimo che spezzare il pane della Parola di Dio, renderlo partecipe della Buona Notizia del Vangelo, introdurlo nel rapporto con Dio: l'evangelizzazione è la più alta e integrale promozione della persona umana. Come scrive il Servo di Dio Papa Paolo VI nell'Enciclica Populorum progressio, è l'annuncio di Cristo il primo e principale fattore di sviluppo (cfr n. 16). E’ la verità originaria dell’amore di Dio per noi, vissuta e annunciata, che apre la nostra esistenza ad accogliere questo amore e rende possibile lo sviluppo integrale dell’umanità e di ogni uomo (cfr Enc. Caritas in veritate, 8).
In sostanza, tutto parte dall'Amore e tende all'Amore. L'amore gratuito di Dio ci è reso noto mediante l'annuncio del Vangelo. Se lo accogliamo con fede, riceviamo quel primo ed indispensabile contatto col divino capace di farci «innamorare dell'Amore», per poi dimorare e crescere in questo Amore e comunicarlo con gioia agli altri.
A proposito del rapporto tra fede e opere di carità, un’espressione della Lettera di san Paolo agli Efesini riassume forse nel modo migliore la loro correlazione: «Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo» (2, 8-10). Si percepisce qui che tutta l'iniziativa salvifica viene da Dio, dalla sua Grazia, dal suo perdono accolto nella fede; ma questa iniziativa, lungi dal limitare la nostra libertà e la nostra responsabilità, piuttosto le rende autentiche e le orienta verso le opere della carità. Queste non sono frutto principalmente dello sforzo umano, da cui trarre vanto, ma nascono dalla stessa fede, sgorgano dalla Grazia che Dio offre in abbondanza. Una fede senza opere è come un albero senza frutti: queste due virtù si implicano reciprocamente. La Quaresima ci invita proprio, con le tradizionali indicazioni per la vita cristiana, ad alimentare la fede attraverso un ascolto più attento e prolungato della Parola di Dio e la partecipazione ai Sacramenti, e, nello stesso tempo, a crescere nella carità, nell’amore verso Dio e verso il prossimo, anche attraverso le indicazioni concrete del digiuno, della penitenza e dell’elemosina.
4. Priorità della fede, primato della carità
Come ogni dono di Dio, fede e carità riconducono all'azione dell'unico e medesimo Spirito Santo (cfr 1 Cor 13), quello Spirito che in noi grida «Abbà! Padre» (Gal 4,6), e che ci fa dire: «Gesù è il Signore!» (1 Cor 12,3) e «Maranatha!» (1 Cor 16,22; Ap 22,20).
La fede, dono e risposta, ci fa conoscere la verità di Cristo come Amore incarnato e crocifisso, piena e perfetta adesione alla volontà del Padre e infinita misericordia divina verso il prossimo; la fede radica nel cuore e nella mente la ferma convinzione che proprio questo Amore è l'unica realtà vittoriosa sul male e sulla morte. La fede ci invita a guardare al futuro con la virtù della speranza, nell’attesa fiduciosa che la vittoria dell'amore di Cristo giunga alla sua pienezza. Da parte sua, la carità ci fa entrare nell’amore di Dio manifestato in Cristo, ci fa aderire in modo personale ed esistenziale al donarsi totale e senza riserve di Gesù al Padre e ai fratelli. Infondendo in noi la carità, lo Spirito Santo ci rende partecipi della dedizione propria di Gesù: filiale verso Dio e fraterna verso ogni uomo (cfr Rm 5,5).
Il rapporto che esiste tra queste due virtù è analogo a quello tra due Sacramenti fondamentali della Chiesa: il Battesimo e l'Eucaristia. Il Battesimo (sacramentum fidei) precede l'Eucaristia (sacramentum caritatis), ma è orientato ad essa, che costituisce la pienezza del cammino cristiano. In modo analogo, la fede precede la carità, ma si rivela genuina solo se è coronata da essa. Tutto parte dall'umile accoglienza della fede («il sapersi amati da Dio»), ma deve giungere alla verità della carità («il saper amare Dio e il prossimo»), che rimane per sempre, come compimento di tutte le virtù (cfr 1 Cor 13,13).
Carissimi fratelli e sorelle, in questo tempo di Quaresima, in cui ci prepariamo a celebrare l’evento della Croce e della Risurrezione, nel quale l’Amore di Dio ha redento il mondo e illuminato la storia, auguro a tutti voi di vivere questo tempo prezioso ravvivando la fede in Gesù Cristo, per entrare nel suo stesso circuito di amore verso il Padre e verso ogni fratello e sorella che incontriamo nella nostra vita. Per questo elevo la mia preghiera a Dio, mentre invoco su ciascuno e su ogni comunità la Benedizione del Signore!
Dal Vaticano, 15 ottobre 2012
BENEDICTUS PP. XVI
© Copyright 2012 - Libreria Editrice Vaticana
giovedì 7 febbraio 2013
Messaggio per la XXI giornata mondiale del malato
MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
PER LA XXI GIORNATA MONDIALE DEL MALATO
(11 FEBBRAIO 2013)
PER LA XXI GIORNATA MONDIALE DEL MALATO
(11 FEBBRAIO 2013)
«Va’ e anche tu fa’ lo stesso» (Lc 10, 37)
Cari fratelli e sorelle!
1. L’11 febbraio 2013, memoria liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes, si celebrerà in forma solenne, presso il Santuario mariano di Altötting, la XXI Giornata Mondiale del Malato. Tale giornata è per i malati, per gli operatori sanitari, per i fedeli cristiani e per tutte le persone di buona volontà «momento forte di preghiera, di condivisione, di offerta della sofferenza per il bene della Chiesa e di richiamo per tutti a riconoscere nel volto del fratello infermo il Santo Volto di Cristo che, soffrendo, morendo e risorgendo ha operato la salvezza dell’umanità» (Giovanni Paolo II,Lettera istitutiva della Giornata Mondiale del Malato, 13 maggio 1992, 3). In questa circostanza, mi sento particolarmente vicino a ciascuno di voi, cari ammalati che, nei luoghi di assistenza e di cura o anche a casa, vivete un difficile momento di prova a causa dell’infermità e della sofferenza. A tutti giungano le parole rassicuranti dei Padri del Concilio Ecumenico Vaticano II: «Non siete né abbandonati, né inutili: voi siete chiamati da Cristo, voi siete la sua trasparente immagine» (Messaggio ai poveri, ai malati e ai sofferenti).
2. Per accompagnarvi nel pellegrinaggio spirituale che da Lourdes, luogo e simbolo di speranza e di grazia, ci conduce verso il Santuario di Altötting, vorrei proporre alla vostra riflessione la figura emblematica del Buon Samaritano (cfr Lc 10,25-37). La parabola evangelica narrata da san Luca si inserisce in una serie di immagini e racconti tratti dalla vita quotidiana, con cui Gesù vuole far comprendere l’amore profondo di Dio verso ogni essere umano, specialmente quando si trova nella malattia e nel dolore. Ma, allo stesso tempo, con le parole conclusive della parabola del Buon Samaritano, «Va’ e anche tu fa’ lo stesso» (Lc 10,37), il Signore indica qual è l’atteggiamento che deve avere ogni suo discepolo verso gli altri, particolarmente se bisognosi di cura. Si tratta quindi di attingere dall’amore infinito di Dio, attraverso un’intensa relazione con Lui nella preghiera, la forza di vivere quotidianamente un’attenzione concreta, come il Buon Samaritano, nei confronti di chi è ferito nel corpo e nello spirito, di chi chiede aiuto, anche se sconosciuto e privo di risorse. Ciò vale non solo per gli operatori pastorali e sanitari, ma per tutti, anche per lo stesso malato, che può vivere la propria condizione in una prospettiva di fede: «Non è lo scansare la sofferenza, la fuga davanti al dolore, che guarisce l’uomo, ma la capacità di accettare la tribolazione e in essa di maturare, di trovare senso mediante l’unione con Cristo, che ha sofferto con infinito amore» (Enc.Spe salvi, 37).
3. Vari Padri della Chiesa hanno visto nella figura del Buon Samaritano Gesù stesso, e nell’uomo incappato nei briganti Adamo, l’Umanità smarrita e ferita per il proprio peccato (cfr Origene,Omelia sul Vangelo di Luca XXXIV, 1-9; Ambrogio, Commento al Vangelo di san Luca, 71-84; Agostino, Discorso 171). Gesù è il Figlio di Dio, Colui che rende presente l’amore del Padre, amore fedele, eterno, senza barriere né confini. Ma Gesù è anche Colui che “si spoglia” del suo “abito divino”, che si abbassa dalla sua “condizione” divina, per assumere forma umana (Fil 2,6-8) e accostarsi al dolore dell’uomo, fino a scendere negli inferi, come recitiamo nel Credo, e portare speranza e luce. Egli non considera un tesoro geloso il suo essere uguale a Dio, il suo essere Dio (cfr Fil 2,6), ma si china, pieno di misericordia, sull’abisso della sofferenza umana, per versare l’olio della consolazione e il vino della speranza.
4. L’Anno della fede che stiamo vivendo costituisce un’occasione propizia per intensificare la diaconia della carità nelle nostre comunità ecclesiali, per essere ciascuno buon samaritano verso l’altro, verso chi ci sta accanto. A questo proposito, vorrei richiamare alcune figure, tra le innumerevoli nella storia della Chiesa, che hanno aiutato le persone malate a valorizzare la sofferenza sul piano umano e spirituale, affinché siano di esempio e di stimolo. Santa Teresa del Bambino Gesù e del Volto Santo, “esperta della scientia amoris” (Giovanni Paolo II, Lett. ap.,Novo Millennio ineunte, 42), seppe vivere «in unione profonda alla Passione di Gesù» la malattia che la condusse «alla morte attraverso grandi sofferenze». (Udienza Generale, 6 aprile 2011). Il Venerabile Luigi Novarese, del quale molti ancora oggi serbano vivo il ricordo, nell’esercizio del suo ministero avvertì in modo particolare l’importanza della preghiera per e con gli ammalati e i sofferenti, che accompagnava spesso nei Santuari mariani, in speciale modo alla grotta di Lourdes. Mosso dalla carità verso il prossimo, Raoul Follereau ha dedicato la propria vita alla cura delle persone affette dal morbo di Hansen sin nelle aree più remote del pianeta, promuovendo fra l’altro la Giornata Mondiale contro la Lebbra. La beata Teresa di Calcutta iniziava sempre la sua giornata incontrando Gesù nell’Eucaristia, per uscire poi nelle strade con la corona del Rosario in mano ad incontrare e servire il Signore presente nei sofferenti, specialmente in coloro che sono “non voluti, non amati, non curati”. Sant’Anna Schäffer di Mindelstetten seppe, anche lei, in modo esemplare unire le proprie sofferenze a quelle di Cristo: «il letto di dolore diventò… cella conventuale e la sofferenza costituì il suo servizio missionario… Confortata dalla Comunione quotidiana, ella diventò un’instancabile strumento di intercessione nella preghiera e un riflesso dell’amore di Dio per molte persone che cercavano il suo consiglio» (Omelia per la canonizzazione, 21 ottobre 2012). Nel Vangelo emerge la figura della Beata Vergine Maria, che segue il Figlio sofferente fino al supremo sacrificio sul Golgota. Ella non perde mai la speranza nella vittoria di Dio sul male, sul dolore e sulla morte, e sa accogliere con lo stesso abbraccio di fede e di amore il Figlio di Dio nato nella grotta di Betlemme e morto sulla croce. La sua ferma fiducia nella potenza divina viene illuminata dalla Risurrezione di Cristo, che dona speranza a chi si trova nella sofferenza e rinnova la certezza della vicinanza e della consolazione del Signore.
5. Vorrei infine rivolgere il mio pensiero di viva riconoscenza e di incoraggiamento alle istituzioni sanitarie cattoliche e alla stessa società civile, alle diocesi, alle comunità cristiane, alle famiglie religiose impegnate nella pastorale sanitaria, alle associazioni degli operatori sanitari e del volontariato. In tutti possa crescere la consapevolezza che «nell’accoglienza amorosa e generosa di ogni vita umana, soprattutto se debole e malata, la Chiesa vive oggi un momento fondamentale della sua missione» (Giovanni Paolo II, Esort. ap. postsinodale Christifideles laici, 38).
Affido questa XXI Giornata Mondiale del Malato all’intercessione della Santissima Vergine Maria delle Grazie venerata ad Altötting, affinché accompagni sempre l’umanità sofferente, in cerca di sollievo e di ferma speranza, aiuti tutti coloro che sono coinvolti nell’apostolato della misericordia a diventare dei buoni samaritani per i loro fratelli e sorelle provati dalla malattia e dalla sofferenza, mentre ben volentieri imparto la Benedizione Apostolica.
Dal Vaticano, 2 gennaio 2013
Benedictus PP XVI
© Copyright 2013 - Libreria Editrice Vaticana
lunedì 4 febbraio 2013
Il pastore visita il suo gregge.
Il nostro amato Arcivescovo darà inizio alla sua visita proprio dal territorio del nostro vicariato.
Al link, il decreto di indizione, da leggere nella celebrazione eucaristica di Domenica 3 marzo, in tutte le parrocchie della diocesi (http://www.diocesimessina.net/vescovo/visita%20pastorale%202013-2020/documenti/Decreto%20di%20indizione.pdf).
Qui la preghiera per la visita pastorale che invito, fin d'ora, a recitare:
Padre Santo,
fonte di ogni santità
e inesauribile sorgente di bontà,
la chiesa di Messina Lipari Santa Lucia del Mela,
supplica la “visita” del tuo paterno amore
per seguire fedelmente “le tue vie”.
Cristo Gesù,
Via sicura e vera Guida del popolo cristiano,
sostenta con la Parola e i Sacramenti
il cammino pastorale della nostra chiesa,
il suo impegno per la vita, la famiglia,
il futuro dei giovani e la fraternità tra i popoli.
Spirito Santo,
amore che consacra e vivifica,
ravviva la nostra comunità diocesana
e converti i nostri cuori alla comunione.
Rafforzaci nell’amore verso i fratelli
e rendici missionari verso i poveri e i bisognosi.
Santa Maria della Lettera, Veloce ascoltatrice,
San Bartolomeo e Santa Lucia,
l’efficacia della vostra intercessione
ci renda gioiosi e convinti testimoni,
segni visibili e credibili dell’amore di Dio
per gli uomini e le donne di oggi. Amen.
venerdì 1 febbraio 2013
Messaggio per la XVII giornata mondiale della vita consacrata
Messaggio della Commissione Episcopale per il clero e la vita consacrata
per la 17a Giornata mondiale della vita consacrata
(2 febbraio 2013)
Testimoni e annunciatori della fede
La Chiesa sente forte, in questo tempo, l’impegno di «una nuova evangelizzazione per riscoprire la gioia nel credere e ritrovare l’entusiasmo nel comunicare la fede» (BENEDETTO XVI, Motu proprio Porta Fidei, n. 7); impegno che il recente Sinodo dei Vescovi su La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana ha richiamato con forza, esortandoci alla responsabilità di testimoniare e annunciare la fede, con coraggio, serenità e fiducia, a tutti e in particolare alle nuove generazioni: «Ovunque infatti si sente il bisogno di ravvivare una fede che rischia di oscurarsi in contesti culturali che ne ostacolano il radicamento personale e la presenza sociale, la chiarezza dei contenuti e i frutti coerenti» (XIII ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA DEL SINODO DEI VESCOVI, Messaggio al popolo di Dio, n. 2). In questo contesto ecclesiale e culturale e in questo tempo peculiare si inserisce la testimonianza dei consacrati. Il Messaggio finale del Sinodo interpreta tale testimonianza in rapporto al senso profondo della vita, ponendola in relazione, con felice intuizione, con la testimonianza della famiglia, come a dire: mentre la famiglia è custode della sacralità della vita nella sua origine, la vita consacrata, in quanto chiamata alla conformazione a Cristo, è custode del senso ultimo, pieno e radicale della vita. La testimonianza dei consacrati, come il Sinodo riconosce, ha un intrinseco significato escatologico. Voi consacrati siete testimoni dell’«orizzonte ultraterreno del senso dell’esistenza umana», e la vostra vita, in quanto «totalmente consacrata a lui [al Signore], nell’esercizio di povertà, castità e obbedienza, è il segno di un mondo futuro che relativizza ogni bene di questo mondo» (XIII ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA DEL SINODO DEI VESCOVI, Messaggio al popolo di Dio, n. 7).
La vostra missione apostolica dà un apporto importante e insostituibile alla nuova evangelizzazione, in conformità ai vostri specifici carismi. Voi operate in vari modi perché gli uomini e le donne del nostro tempo aprano la porta del loro cuore al dono della fede. Molti di voi siete impegnati nella catechesi e nella formazione cristiana; molti operate in vari ambiti educativi (a servizio delle famiglie, nella scuola, in centri giovanili, in centri di formazione professionale, a favore dell’integrazione degli emigrati, in luoghi di emarginazione, ecc.); molti siete impegnati principalmente nel servizio della carità nei confronti di chi è solo, escluso, povero, malato; molti lavorate sul piano sociale e della cultura, con iniziative che promuovono la giustizia, la pace, l’integrazione degli immigrati, il senso della solidarietà e della ricerca di Dio. Sapete mostrare, col vostro impegno, come la fede abbia un significato culturale ed educativo, di promozione e di garanzia di vera umanità. Il mondo ha bisogno della vostra testimonianza fedele e gioiosa. La richiedono tante situazioni di smarrimento, che pure sono attraversate anche dal desiderio di cose autentiche e vere e, ancor più, da una domanda su Dio, per quanto possa sembrare tacitata o rimossa.
E tuttavia, prima che per ciò che fate, è per il vostro stesso essere, per la generosità e radicalità della vostra consacrazione, che voi parlate all’uomo di oggi. Vivendo con fedeltà la vostra vocazione tenete vivo, nella Chiesa, il senso della fedeltà al vangelo. Con la vostra vita ci ricordate anche che la nuova evangelizzazione comincia da noi stessi e che c’è un intimo legame tra «autoevangelizzazione e testimonianza, rinnovamento interiore e ardore apostolico, tra essere e agire, evidenziando che il dinamismo promana sempre dal primo elemento del binomio» (GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica Vita consecrata, n. 81). Quest’idea è stata ripresa dai Padri Sinodali quando affermano: «Guai … a pensare che la nuova evangelizzazione non ci riguardi in prima persona. In questi giorni – aggiungono riferendosi all’esperienza vissuta nel Sinodo – più volte tra noi Vescovi si sono levate voci a ricordare che, per poter evangelizzare il mondo, la Chiesa deve anzitutto porsi in ascolto della Parola. L’invito ad evangelizzare si traduce in un appello alla conversione» (XIII ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA DEL SINODO DEI VESCOVI, Messaggio al popolo di Dio, n. 5).
Vi incoraggiamo dunque a proseguire il vostro cammino con gioia. Siete tutti impegnati, personalmente, comunitariamente e come Istituti, in sintonia con quanto la Chiesa intera sta vivendo, in percorsi di rinnovamento per essere sempre di più all’altezza della chiamata di Dio e delle sfide del nostro tempo, nella fedeltà al carisma che il Signore vi ha donato. Siate sempre più veri discepoli di Cristo; alimentate la consapevolezza della vostra missione. Vivete le situazioni umane, sociali, culturali, nelle quali operate, facendovi segno dell’agire di Dio e siate sempre presenza profetica di vera umanità anche quando ciò esige di andare controcorrente. Siate fedeli alla vostra tradizione carismatica e allo stesso tempo siate capaci di interpretare in modo attuale il carisma, mostrandone la fecondità. Siate testimoni e annunciatori della fede con la qualità della vostra vita spirituale, della vostra vita comunitaria e del vostro servizio al prossimo.
La vita spirituale è docilità allo Spirito di Cristo e si nutre della Parola di Dio, che deve essere, specialmente per voi consacrati, cibo quotidiano, da accogliere, gustare, assimilare, così da conformarvi al «pensiero di Cristo» (1 Cor 2,16) e al sentire di Cristo (cfr Fil 2,5). È per questo che vanno curati i tempi dell’incontro personale con Cristo, della preghiera, dell’adorazione eucaristica; ed è per questo che l’Eucaristia dovrà essere al centro della vostra vita personale e della vostra comunità. Anche i consigli evangelici, che voi professate, esprimeranno la vostra comunione con Cristo e saranno segno, allo stesso tempo, di vera umanità: professando la castità, testimoniate il vero amore che è dedizione e gratuità; vivendo nella povertà e nella comunione dei beni, aiutate tutti a vivere con sobrietà senza perdere di vista l’essenziale; praticando l’obbedienza, siete profeti della verità della libertà, che è disponibilità all’accoglienza della vocazione di Dio. I consigli evangelici testimoniano così che la vita trova senso nell’affidamento a Dio e che la fede apre l’umano ad orizzonti di senso e di verità.
La vostra testimonianza di vita comunitaria è un segno importante e da coltivare con coraggio, umiltà e pazienza. La comunione – lo sappiamo – si nutre del rapporto con Dio, è riflesso della comunione delle Persone divine, si costruisce nell’Eucaristia, è condizione, secondo la parola di Gesù, «perché il mondo creda» (Gv 17,21). Essa è dono di Dio ed esige allo stesso tempo una pratica quotidiana. Può essere facile, oggi, scoraggiarsi di fronte alle difficoltà relazionali che sembrano così insormontabili da fuggirle, rifugiandosi in attivismi esasperati che, al di là delle apparenze, trasmettono chiusure e unilateralità. In realtà, i segni di comunione sono ciò che più esige il nostro tempo e diventano via privilegiata per mostrare la novità del Vangelo ed essere segno di una Chiesa che è esperta in umanità. I contesti che viviamo sono segnati spesso da problemi relazionali, solitudini, divisioni, lacerazioni, sul piano familiare e sociale; essi attendono presenze amorevoli, segni di fiducia nei rapporti umani, inviti concreti alla speranza che la comunione è possibile. Una proposta credibile del Vangelo esige una particolare cura dei processi relazionali e ha bisogno di appoggiarsi a segni di vera comunione.
La vostra carità apostolica sia animata da vero spirito di servizio dal desiderio di suscitare la fede. Il vostro apostolato ha una sua specificità nella missione della Chiesa: sa partire dalla persona, dal malato, dal povero, dal più debole, tante volte dal più lontano dall’esperienza ecclesiale. Siete chiamati a essere segno dell’amore e della grazia di Dio sin dal primo contatto con le persone che incontrate. Siete chiamati – soprattutto coloro che operano coi giovani e nell’educazione – a integrare profondamente e dinamicamente la preoccupazione evangelizzatrice e la preoccupazione educativa. Il servizio all’uomo ha sostegno e garanzia nella fedeltà a Dio e nel tener sempre vivo lo sguardo e il cuore sul Regno di Dio.
Lo Spirito di Dio sostenga la vostra testimonianza di fede e il vostro annuncio, rendendovi sempre più credibili e gioiosi. Susciti nel cuore di tanti giovani il desiderio di seguire Cristo con generosità e radicalità, intraprendendo il cammino di speciale consacrazione. Egli renda tutti noi dei veri credenti, sempre più sensibili e responsabili nella testimonianza e nell’annuncio. Ci sostenga nella comunione ecclesiale, ci faccia crescere in unità, nel riconoscimento dei diversi carismi e nella fedeltà a Dio. Maria e Giuseppe, che presentarono al tempio Gesù, nella disponibilità piena ai disegni di Dio, presentino al Signore anche noi, perché cresca nella nostra vita la fede e la capacità di trasmetterla.
Roma, 13 gennaio 2013
Festa del Battesimo del Signore
LA COMMISSIONE EPISCOPALE
PER IL CLERO E LA VITA CONSACRATA
martedì 29 gennaio 2013
La prolusione del Card. Bagnasco.
PROLUSIONE
DEL CARDINALE PRESIDENTE
Venerati e Cari Confratelli,
ci incontriamo all’inizio di un nuovo anno, che immaginiamo cruciale, riconoscendolo fin d’ora quale tempo di Dio, tempo speciale in cui Egli ci parla e ci conferma la sua volontà di salvezza verso tutti gli uomini. Il Vescovo, infatti, «dev’essere preso dall’inquietudine di Dio per gli uomini. Deve, per così dire, pensare e agire insieme con Dio. […] L’inquietudine dell’uomo verso Dio e, a partire da essa, l’inquietudine di Dio verso l’uomo devono non dar pace al Vescovo» (Benedetto XVI, Omelia per la Solennità dell’Epifania, 6 gennaio 2013). «Presi dentro» da questa inquietudine, siamo già in speciale pellegrinaggio ad limina apostolorum, toccando infatti all’episcopato italiano compiere il gesto canonicamente prescritto, e compierlo – per un dono della Provvidenza di Dio – proprio nell’Anno della Fede. Sappiamo che si tratta di un incontro di carattere unico, di un distinto evento di Chiesa, che tocca in modo singolare ciascuno di noi, perché non abbiamo a trovarci a nostra volta nel rischio di «correre o aver corso invano» (Gal 2,2). Fin d’ora, ringraziamo Benedetto XVI per l’accoglienza che ci accorda, e lo ringraziamo in particolare – come Vescovi d’Italia – per aver voluto di recente dichiarare venerabile il Papa Paolo VI: il riconoscimento delle sue virtù eroiche esemplifica in modo eminente che l’autorità episcopale o si sostanzia della testimonianza evangelica o difficilmente parla al mondo d’oggi.
1. Siamo ancora avvolti dall’ala del Natale, mistero di sconfinata delicatezza e insieme di vigorosa scossa: «Abbiamo veramente posto per Dio, quando Egli cerca di entrare in noi? Abbiamo tempo e spazio per Lui? […] La questione che riguarda Lui non sembra mai urgente. Il nostro tempo è già completamente riempito. Ma le cose vanno ancora più in profondità. Dio ha veramente un posto nel nostro pensiero?» (Benedetto VI, Omelia della Messa di Mezzanotte, 24 dicembre 2012). Non è una domanda che ci poniamo di passaggio, essa ha ruolo centrale e definitivo nella nostra esistenza: quanto il recente Natale ci ha spinto a purificare il nostro sguardo, a riconsiderare le nostre priorità, a scuotere stanchezze, ad affinare i nostri pensieri sulla verità di Cristo? Nell’aula del Sinodo – esperienza di Pentecoste – è risuonata dall’intero Orbe che anche nell’irrinunciabile compito di annunciare il Vangelo, prima di ogni altra considerazione, è Lui che dobbiamo guardare sempre di nuovo; Lui, la lieta notizia e l’annunciatore primo, la verità e il maestro, il seme e il seminatore. Fa parte «del diventare cristiani l’uscire dall’ambito di ciò che tutti pensano e vogliono, dai criteri dominanti, per entrare nella luce della verità del nostro essere e, con questa luce, raggiungere la vita giusta» (J. Ratzinger-Benedetto XVI, L’infanzia di Gesù, Rizzoli-Editrice Vaticana 2012, pag. 80). In Gesù vi è, infatti, il segreto di ogni metodo e di ogni vera efficacia: Lui, Gesù, è la Luce vera che viene nel mondo, il Figlio del Dio vivente, il Rivelatore del Dio invisibile, il Prototipo dell’umanità, il Centro della storia e del mondo, la Meta del nostro cammino, il compagno di strada, l’Amico indefettibile, il Sostegno sorprendente, il Conforto risanatore, la Speranza affidabile, Egli è la nostra ineffabile gioia! Sì, benché nessuno possa negare che siamo dentro a un travaglio storico delicatissimo e intricato, noi sappiamo di poterci affidare alla gioia. Una gioia che reinterpreta e ricolloca le angosce, gioia che spoglia le apparenze e aiuta a riconoscere la vera consistenza dei virgulti positivi che il nostro tempo genera. Gioia che non è solo un sentimento, una fragile emozione: è una Persona. Lui è tutta la nostra gioia, nel senso che le ricapitola tutte, condensandole in Sé. No, non finiremmo mai di parlare di Gesù. E se anche stasera o domani, nell’opinione pubblica echeggeranno solo alcune delle nostre parole, e non precisamente queste – forse perché ritenute ovvie, di maniera, persino scontate –, si sappia però che è questo, è Gesù Cristo che noi vogliamo porgere, il Suo nome far risuonare. Non è vero che a noi interessa far politica, noi vogliamo dire Gesù. Uomini e donne che ci ascoltate, qualunque sia la vostra interiore convinzione, noi Pastori abbiamo da dirvi una parola antica che si affida alla nostra povera voce, ma che fa eco a quella poderosa dei secoli: «l’Infinito fatto bambino, è entrato nella nostra umanità» (Benedetto XVI, Messaggio Urbi et Orbi, 25 dicembre 2012), cioè ha fatto qualcosa di non immaginabile, ha compiuto l’impossibile, e comunque qualcosa che va al di là dell’umana comprensione. Eppure, questa Onnipotenza d’amore ha scelto di non imporsi alla nostra libertà, ma solo di offrirsi. Egli non vuole «entrare nel mio cuore se non apro io la porta» (ib). Sì, Porta fidei, è ciò che cercheremo di sperimentare in quest’anno di grazia, sperimentare nella gioia (cfr Paolo VI, Gaudete in Domino, 1975)! C’è una diffusa mestizia, che si tenta di attenuare con il chiasso e il rumore, ma Lui – inesorabile nel suo amore – sta alla porta e bussa (cfr Ap 3,20), e ognuno deve decidere se aprirgli, deve soppesare la convenienza anche umana del credere in Lui: «Potremmo rimanere spaventati, davanti a questa nostra onnipotenza alla rovescia. Questo potere dell’uomo di chiudersi a Dio» (Messaggio cit.). Abituati a trattare con un altro genere di prodigi – della scienza e della tecnica – o con un altro tipo di poteri – politici o giudiziari – potremmo forse non cogliere subito l’assoluta novità di questo impareggiabile Prodigio, di questa ineguagliabile Onnipotenza. L’«ignoranza pratica» circa la fede (Benedetto XVI, Discorso ai Vescovi francesi, 30 novembre 2012) troppo spesso ci ottunde e devìa. Attenzione, però; chinandosi, Dio ci provoca, ci sfida amorevolmente a cogliere il vuoto diffuso attorno a noi e dentro di noi, «ma è proprio a partire da questo deserto, da questo vuoto che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere, la sua importanza vitale per noi uomini e donne» (Benedetto XVI, Omelia per l’Apertura dell’Anno della Fede, 11 ottobre 2012). Un germoglio di eternità possiamo impiantare nell’umana gestazione della vita, scenario impensabile, soprassalto di orgoglio: è un Miracolo quello che abbiamo tenuto tra le mani a Natale, miracolo che ora dobbiamo vivere perché fiorisca il deserto.
2. I fronti di crisi che più ci sgomentano, all’inizio di questo anno che ancora una volta il Papa ha voluto inaugurare nel segno della Pace, sono le situazioni di persecuzione in cui si trovano i cristiani, situazioni che in buona parte coincidono con i conflitti aperti in diverse nazioni, ma in parte si sviluppano anche là dove apparentemente non dovrebbero esserci motivi di tensione. Oltre ai luoghi ormai noti, emergono in Asia nazionalismi razziali che suscitano periodicamente furori intolleranti sotto gli occhi distratti dell’Occidente, che proclama sì i diritti umani ma poi sembra volerli applicare ed esigere con pesi e misure diverse. Bisogna aggiungere le frontiere incresciose dell’Africa: Nigeria, Kenya, Repubblica Democratica del Congo, Mali, in cui le ragioni degli attacchi si mescolano e i motivi pubblici delle violenze sembrano voler identificare il cristianesimo con il mondo occidentale. Eppure il Vangelo, ovunque si incultura, si fa costantemente accompagnare da esperienze di soccorso alle popolazioni, spesso le uniche riscontrabili in loco. Poi ci sono le migrazioni etniche basate sempre sul fattore religioso, per cui i cittadini che professano il cristianesimo – religione che magari è storicamente la più radicata in quell’ambito geografico – debbono andarsene lasciando tutto quello di cui era fatta la loro esistenza, e ciò per non abiurare la fede. Dietro i sommovimenti avvenuti di recente nel Nord Africa, emergono inquietanti tentativi di ulteriore discriminazione, e in troppi Paesi ai cristiani non è consentito alcun segno di appartenenza religiosa, salvo mimetizzarsi, nascondersi, dislocarsi. Gli esperti parlano complessivamente di oltre centomila cristiani delle varie confessioni uccisi nel 2012. Una cifra spaventosa, che non può lasciar indifferente nessuno – singoli e istituzioni – tanto meno in nome di interessi economici e politici. Quanti soffrono e muoiono per Cristo lo fanno anche per noi, e noi li sentiamo nostri fratelli nonostante qualsiasi distanza. Nell’economia misteriosa attraverso cui si intesse concretamente il regno di Dio sulla terra, è la comunione con queste situazioni di martirio che dà verità e vigore al nostro lavoro pastorale, impegnato oggi nella rievangelizzazione delle terre che hanno da tempo conosciuto il Vangelo. Se le nostre parrocchie tenessero viva, anzi alimentassero, una sistematica memoria dei fratelli che nel mondo sono perseguitati, anche la locale vitalità della fede ne sarebbe rimotivata. Chi infatti, se non costoro, possono darci ragioni e convinzioni di slancio autentico?
Nel contempo, non abbandoniamo mai la preoccupazione per il problema della fame nel mondo e l’impegno per gli aiuti da prestare alle varie regioni. La crisi alimentare, a giudizio del Papa, è «ben più grave di quella finanziaria» (Messaggio per la 46a Giornata della pace, n. 5). Ci sono le istituzioni preposte, ma c’è innanzitutto la solidarietà che mai deve venir meno, a livello pratico e anche a livello culturale. Benedetto XVI ha di recente voluto valorizzare la formula cooperativistica quale strumento efficace per combattere strutturalmente la fame. Dare impulso al lavoro autoctono e specialmente agricolo è «un modo per consentire agli agricoltori e alle popolazioni rurali di intervenire nei momenti decisionali e insieme uno strumento efficace per realizzare quello sviluppo integrale di cui la persona è fondamento e fine» (Messaggio per la Giornata dell’Alimentazione, 16 ottobre 2012). Una circostanza questa che ci induce ad esprimere, per assonanza, vero stupore per una specie di improvvisa incomprensione che ha colpito il settore dell’economia sociale: proprio da noi, che storicamente siamo stati tra i primi a sperimentarla e abbiamo così tante ragioni concrete per stimarla. Nutrire più rispetto per l’economia sociale e civile, e per le sue esperienze più tipiche in quello che è chiamato il Terzo settore, è condizione per continuare a disporre del cespite di un’economia prossima a tutti e certamente propizia per la collettività.
3. Ma c’è un’altra emergenza che il Natale, con il suo realismo crudo e implacabile, ha messo sotto gli occhi di chi vuol vedere: la condizione di indigenza che si va obiettivamente allargando, e sta intaccando segmenti di società in cui prima era sostanzialmente marginale. I dati vengono monitorati da varie agenzie, le quali oggi convergono nell’assegnare uno spessore crescente al fenomeno. A nessuno deve far comodo esagerare in termini catastrofici, ma occorre però che il Paese non esorcizzi la realtà. Gli schemi sociali classici sono saltati e non si ripristineranno automaticamente. Scongiurato il baratro, è il momento decisivo e irrimandabile del rilancio. La ripresa, quando ci sarà – e segnali di speranza, grazie a Dio, cominciano ad affacciarsi – non sarà tale purtroppo da porre rimedio da sola alle emergenze nel frattempo scoperte. È il sistema che va posto in discussione – il meccanismo consumi-spesa-debito pubblico (cfr. Messaggio per la 46a Giornata Mondiale della Pace, n. 5) – abbandonando la logica delle “illusioni” che ha fatalmente mostrato la propria assoluta inadeguatezza morale e pratica. C’è da rivoluzionare il modello grazie al supporto di un pensiero nuovo, fermamente convinti che il lavoro è definitorio dell’umano: esso, infatti, è la nobile partecipazione dell’uomo all’opera del Creatore, consente il dignitoso sostentamento, contribuisce alla costruzione della società, esprime le potenzialità di ciascuno nell’armonia generale, genera futuro per tutti. Giustamente da più parti si evidenzia la nuova rilevanza che ha acquisito la questione sociale in Italia e in Europa, per gli esiti di emarginazione che sta creando. Noi, per la prossimità che ci è data con la vita reale della gente, non possiamo che confermarlo con crescente allarme e soprattutto con cuore afflitto: «La giustizia chiede di superare lo squilibrio tra chi ha il superfluo e chi manca del necessario» (Benedetto XVI, Discorso all’Angelus, 16 dicembre 2012). E tra quanto è più necessario è proprio il lavoro, bene «prioritario, anche nei periodi di recessione economica» (Benedetto XVI, Discorso a Justitia et Pax, 3 dicembre 2012). La disoccupazione giovanile è, per ora, una sorta di epidemia che non trova argini, mentre ci si chiede se le iniziative legislative che si sono finora succedute abbiano determinato sollievo o aggravamento. Bisogna che le competenze migliori cooperino in uno sforzo solidale e così ogni istituzione, affinché si possa vedere e toccare il rilancio dell’occupazione e dell’economia; rilancio per il quale la gente ha accettato sacrifici anche pesanti. Tanto patrimonio di responsabilità e rigore, di dignità e adattamento, non può andare sprecato per colpa di alcuno – sarebbe un insulto – e invece si deve cominciare a vederne i frutti. Non può essere il capitale umano quello che per primo viene messo in discussione quando un’industria è in sofferenza; se è approdata ad alti livelli è grazie al lavoro e all’apporto delle diverse maestranze, ed è ingiusto che proprio queste, per prime, vengano messe alla porta. Vorremmo incoraggiare e sostenere quanti, nei diversi ruoli, vanno per il mondo ad assicurare credibilità e aprire nuovi sportelli di mercato. Vediamo lavoratori che si stringono di più gli uni agli altri, che cercano di appoggiarsi reciprocamente in modo generoso e intelligente. Vediamo famiglie che solidarizzano, condividendo economie e risorse, scambiando tempo e servizi. Vediamo giovani – non sono per noi i nuovi invisibili – non disposti ad arrendersi. A loro siamo particolarmente vicini in ogni momento di disillusione, ma anche in ogni tentativo che conducono: in ogni curriculum che inviano, ad ogni porta a cui bussano, siamo con loro per appoggiare la loro tenacia. Nel frattempo tuttavia bisogna che il sistema sappia migliorare le prestazioni e innovare nel senso della sostenibilità, della ricerca, della sicurezza. Bisogna affinare le eccellenze, sveltire i processi, alleggerire la macchina burocratica, valorizzare continuamente la creatività e l’inventiva. E bisogna abbandonare la logica dell’essere contro “a prescindere”, atteggiamento che appare come un’offesa all’intelligenza e alla serietà delle questioni. La logica del sospetto ideologico genera divisioni artificiose, contraccolpi indesiderati, ritorsioni a loro volta superficiali e dolorose. Servitori di Gesù Cristo, noi Vescovi vorremmo annunciare oggi, con particolare persuasione, il vangelo del lavoro. Gesù ha investito almeno due decenni della sua vita nel laboratorio di Giuseppe, ha conosciuto la fatica del lavoro, l’ha praticata senza sconti o fughe. Anche in quel lungo tratto della sua esistenza, Egli ubbidiva al Padre e aveva un programma da indicare a noi.
Una parola, in questo contesto del welfare, vorremmo dirla a proposito della sanità: da una parte per condannare gli imbrogli, i maneggi, le astuzie che si consumano in un settore ad altissima vocazione altruistica, dall’altra per prendere le distanze da logiche irrazionalmente pretenziose e talora esclusivamente campanilistiche. Dobbiamo allargare lo sguardo. Chiediamo tuttavia che la politica dei tagli sia compensata e guidata dal criterio che al centro vi sia sempre la persona del paziente: quale che sia la sua età e condizione, va prioritariamente salvaguardata. Per questo ci sono specialità, competenze e ricerche che vanno strategicamente preservate. Non ci devono essere privilegi, ma neppure visioni ristrette o punitive.
Un’altra parola, molto convinta, intendiamo riservarla alle popolazioni del Meridione, non da oggi vessate dalla malavita, i cui tentacoli ormai si allargano all’intero Paese. Dobbiamo vigilare, resistere, incoraggiare, denunciare, bonificare e recuperare: tutto in una chiave di educazione e promozione umana che è inseparabile dall’evangelizzazione.
4. Queste problematiche sociali, in certa misura antiche ma anche inedite, hanno oggi una spigolosità che non lascia certo indifferente la nostra Chiesa, la quale per la sua parte intende rispondervi rinnovando profondamente se stessa e la propria presenza sul territorio, anzitutto grazie ad un profilo più missionario delle parrocchie: «Il messaggio cristiano viene seminato e si radica efficacemente là dove è vissuto in modo autentico ed eloquente da una comunità» (Benedetto XVI, Messaggio all’Assemblea del CCEE, 8 ottobre 2012). La riduzione del clero non può coincidere con l’affievolirsi di tali presidi pastorali, anzi è semmai il tenerli ancor più aperti, attenti e prossimi alle persone che può configurare una fondamentale risposta alla sfida della nuova evangelizzazione. È noto quello che viene messo in campo dalle nostre Diocesi per rispondere all’appello dei bisognosi. In tal senso, la sensibilità e la reperibilità, riscattate da pragmatismi farraginosi e connotate da amicizia e condivisione, diventano caratteristiche irrinunciabili della carità evangelica. Ma oltre al territorio, quest’opera va meglio coniugata con la pastorale degli ambienti, in vista di un accreditamento reciproco e un’integrazione più consapevole ed esplicita con la presenza dei movimenti e delle aggregazioni, come con proposte che per natura loro sono sovra-parrocchiali. Si pensi alle GMG o ai pellegrinaggi. Una pastorale integrata, dunque, che ponga il proprio baricentro nell’Eucarestia, e da lì si moduli senza isolazionismi, mirando a ciascun soggetto e ciascun ambito, finanche ai crocicchi delle strade. Ma mentre attiviamo una migliore creatività (cfr. Benedetto XVI, Omelia per la conclusione del Sinodo, 28 ottobre 2012), dobbiamo sempre ricordare che non è il nostro fare più o meno esasperato che compie il miracolo della fede, bensì il consentire attraverso di noi il fare del Signore, il non ostacolarlo e anzi favorire la sua attrattività. Lui fa nascere figli di Abramo dalle pietre (cfr Lc 3,8), Lui dobbiamo collocare sempre più al cuore della nostra attività e delle nostre relazioni, Lui riconoscere come il senso vero di ogni iniziativa catechetica e di ogni sforzo per rinnovarla, Lui soprattutto la Presenza palpitante di una liturgia meno pragmatica e sciattamente didascalica, perché meglio capace di far incontrare il Signore, non noi. È nella cura ai sacramenti, a partire da quelli dell’iniziazione cristiana, che parrocchie e diocesi mettono in gioco il permanere della loro cattolicità. Non abbiamo un prodotto da imporre – come ci avvertiva il Messaggio finale del Sinodo – ma una Persona, una presenza, un’amicizia che cambia la vita. In questo senso è la testimonianza e sono i testimoni coloro che concretamente fanno la nuova evangelizzazione. Qui si insinua la dinamica di una nuova devotio di cui pure s’è parlato, che deve spingerci a ritrovare, nella post-modernità, quei modi e quelle occasioni atte a parlare al cuore. Cercando di arrestare ogni processo di involontaria auto-secolarizzazione, le nostre comunità devono rispondere alla nostalgia di Dio, senza porre in alternativa ciò che è essenziale con il clima necessario alla pietà, al senso di stupore, all’interiorizzazione. Se si è impoverito il lessico della fede ed è stato eroso il linguaggio che teneva viva la relazione con Dio, bisogna far sì che il tempo della nuova evangelizzazione coincida con la riscoperta dell’identità cristiana e della sequela personale del Signore. C’è una tiepidezza che discredita il cristianesimo, osservava il Papa: «La fede deve divenire in noi fiamma dell’amore […] la verità diventi in me carità e la carità accenda come fuoco anche l’altro. Solo in questo accendere l’altro attraverso la nostra carità, cresce realmente l’evangelizzazione, la presenza del Vangelo, che non è più solo parola, ma realtà vissuta» (Meditazione alla 1a Congregazione generale del Sinodo, 8 ottobre 2012).
5. Sotto il peso della congiuntura, il popolo italiano si è mostrato ancora una volta solido: nella capacità di dedizione e di sacrificio ha rivelato forza di tenuta e di speranza. Ma nessuno s’illuda o cerchi spiegazioni ideologiche e parziali: se ciò è accaduto, prima che ai risparmi, alle autoriduzioni, alla revisione di stili di vita, ciò è dovuto al naturale e insostituibile moltiplicatore di ogni più piccola risorsa: la famiglia. È il suo patrimonio di amore, di sostegno e di legami virtuosi, che permette ad ognuno di mantenere quell’invisibile e incomparabile capitale di autostima e fiducia che nessuna ricchezza materiale può comprare, e senza del quale le difficoltà diventano massi schiaccianti. Neppure possiamo dimenticare che a livello pubblico hanno rappresentazione la volatilità degli indicatori economici, la gracilità della sicurezza economico-sociale, l’improvvisa friabilità dei nostri argini di garanzia, l’imperiosità delle disposizioni europee. È comprensibile dunque un certo senso di smarrimento. Azioni importanti nell’ultimo periodo sono state fatte per recuperare affidabilità e autorevolezza, a prezzo anche di pesanti sacrifici non sempre proporzionatamente distribuiti. Il Paese ha tenuto duro, avvertendo intuitivamente che stava facendo quello che bisognava fare. Resta ora da saldare in modo anche visibile la disponibilità della gente con il costume pubblico e politico. Non c’è un rigore istituzionale degno di questo nome se non ci sono formazioni politiche che lo assumono su di sé, lo interpretano con scrupolo, ciascuna con le proprie sensibilità, ma alla fine su di esso sostanzialmente convergono. Si respira uno sbilanciamento tra il desiderio popolare di uscire dal tunnel e ciò che viene messo in campo perché l’impresa riesca grazie all’iniziativa dei pubblici poteri. Di qui la percezione di un Paese perennemente incompiuto, che costa molto a se stesso ma non riesce ad ottenere i risultati che merita. Sistema non riformabile?, ci si chiede. Dipende dalla capacità della classe politica complessivamente intesa di sfidare i propri vizi storici, mettendo con ciò in riga anche i comportamenti popolari che resistono al cambiamento, come il costume dell’evasione fiscale o quello delle “scorciatoie”. Ma finché non si dimostrerà vincente la logica del merito, dell’obiettività, del non-familismo, sarà difficile confidare. Finché la lotta all’evasione non produrrà risultati in cifre consistenti, e queste entrate non serviranno per abbattere la tassazione generale, è difficile dar credito alle promesse. Il precipitare della legislatura verso una prematura conclusione sembra aver risvegliato, nel panorama politico, una agilità e prontezza sorprendenti. C’è un professionismo esibito nelle fasi elettorali che palesemente contrasta con la flemma e la sciatteria dimostrate talvolta in altri frangenti, come se si volesse stare a guardare lo svolgersi degli eventi, pronti ad appropriarsi dei meriti ma non a condividere i pesi, pronti a cogliere l’occasione opportuna. Opportuna per chi? Forse per il Paese? «La Chiesa non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile»: queste parole normative di Benedetto XVI, espresse nella sua prima enciclica Deus caritas est, al n. 28, sono il binario a cui strettamente ci atteniamo. Ma se la Chiesa non è chiamata a caricare immediatamente su di sé il compito politico, «non può e non deve neanche restare ai margini nella lotta per la giustizia» (ib). Per questo, a quanti sono in campo osa oggi richiedere parole chiare circa le proprie personali intenzioni, e alle formazioni politiche l’impegno su programmi espliciti, non infarciti di ambiguità lessicali e tattiche. Il Paese sano è stanco di populismi e reticenze di qualunque provenienza e comunque vestiti. Le riforme domani saranno realizzate solo se oggi non si fanno promesse incaute e contraddittorie. Gli italiani, a quel che comprendiamo, non chiedono l’impossibile, esigono piuttosto che nessuno dei sacrifici compiuti vada deviato o perduto. E che a partire da questi sacrifici si allestisca l’intelaiatura di una ripresa concreta, diffusa, equa. Ma un simile obiettivo, insieme morale e politico, è concretamente sperabile se non manca ora la capacità di autocritica, l’abbandono di ogni automatico addebito ad altri, la determinazione di non raggirare domani gli impegni assunti con l’elettorato oggi. La gente vuole che la politica cessi di essere una via indecorosa per l’arricchimento personale. Per questo s’impone un potere disciplinare affidabile e una regolazione rigorosa affinché il malcostume della corruzione sia sventato, tenendo conto però che a poco servono le necessarie leggi se le coscienze continuano a respirare una cultura che esalta il successo e la ricchezza facile, anziché l’onore del dovere compiuto.
6. Il prossimo vaglio elettorale ci renderà più o meno poveri? Ecco un modo, a nostro avviso non banale, per affrontare le scadenze all’orizzonte. Va da sé che qui stiamo parlando di indigenza o di benessere secondo il prevalente profilo antropologico. Se è sacrosanto il ciclico appello al popolo, affinché in coscienza e responsabilità questi decida sulla strada da percorrere e sulla classe dirigente a cui per un tratto affidarsi, a ciò corrisponde il diritto-dovere di ogni cittadino alla convinta partecipazione alla vita civile e politica del Paese. Per questo merita superare allergie e insoddisfazioni, anche profonde: la diserzione dalle urne è un segnale di cortissimo respiro. Non bisogna cedere alla delusione, tanto meno alla ritorsione: non sarebbe saggio e, soprattutto, sarebbe dannoso per la democrazia. Partecipare è dovere irrevocabile, specie se si pretende di inserire questa prossima scelta in un quadro più maturo che coinvolga nei debiti modi l’intera vita civile. Tornano qui provvidenziali le elaborazioni sulla società che a più riprese sono state condotte dalle nostre Settimane Sociali: guardare con sufficienza, o peggio ironizzare sull’afasia dei cattolici e dei Pastori, è quanto meno ingiusto come è stato anche recentemente riconosciuto. La dottrina sociale cristiana ha una sua precipua originalità rispetto al collettivismo sedicente progressista e al liberismo falsamente egualitario.
È certamente riconosciuto dalla coscienza in generale l’esigenza di esprimere il proprio voto liberamente, cioè svincolato da suggestioni e da pressioni spesso veicolate da minoranze che hanno l’abilità di non apparire tali. La biopolitica è oramai una frontiera immancabile di qualsiasi programma. Francia, Spagna, Inghilterra, Stati Uniti…, per limitarci a questi soli Paesi, ci dicono che non si può far finta di accantonare i problemi quando sono semplicemente nodali nelle società post-moderne. Parlare di vita, salute, malattia, stati cosiddetti vegetativi, dolore, previsione infausta, medicina palliativa, invasività delle diagnosi, disabilità, rapporto medico-ammalato, ma anche di medicina e bilancio dello Stato, obiezione di coscienza, politica dei trapianti… significa affrontare temi cruciali che tali saranno sempre di più. Insieme a quello scandaloso – per le evidenze che vorrebbe ignorare – dell’aborto, della maternità surrogata, dell’eutanasia attiva o passiva. Andando sul concreto, quanti aborti e quanti tentazioni eutanasiche si verificano a motivo del primato economicista? Non ha senso nascondere gli argomenti, riconoscendo invece cittadinanza elettorale solo all’economia, in quanto fenomeno che obiettivamente brucia. Si parla ovunque di biopolitica e di biodiritto; perché non concepire anche l’economia come bioeconomia? Linee di compromesso, o peggio di baratto tra economia ed etica della vita, a scapito della seconda, sarebbero gravi. Senza il primato antropologico non solo la finanza e l’economia sarebbero oppressive perché ridurrebbero la persona in termini di costi e ricavi, ma anche lo stato sociale nascerebbe su basi anguste e riduttive.
Né ci si può illudere di neutralizzare in partenza il dibattito, acquisendo all’interno delle varie formazioni orientamenti così diversi da annullare potenzialmente le posizioni, o prevedere al massimo il ricorso pur apprezzabile all’obiezione di coscienza. Viene qui spontanea una analogia con la famiglia: come questa ha un volto, un’identità fatta dal suo modo di ragionare, di amare e di agire, così è della società e dello Stato se vogliono essere una comunità, e non solo un agglomerato di interessi o istanze particolari. In questa seconda ipotesi, lo Stato potrà solo cercare di “tenere a bada” gli appetiti contrastanti dei singoli soggetti o parti, allergici ad un progetto di bene comune. Il suo massimo merito sarebbe in questo caso di bilanciare non di costruire. Ma la famiglia – riferimento principale dell’analogia – non è questo! La famiglia è una scelta d’amore che – in un progetto comune – diventa patto tra un uomo e una donna nel matrimonio.
Similmente, anche la società deve avere alla base un progetto di bene comune, altrimenti cadrà fatalmente in balia di pressioni o interessi contrastanti, dove sarà ascoltato ed esaudito chi fa la voce più forte e insistente. Ora, alla radice del bene comune troviamo le realtà primarie della vita, della famiglia e della libertà, che si intrecciano e si richiamano universalmente perché sono valori fondativi e quindi irrinunciabili dell’umano. Si potrebbe dire che l’inviolabilità della vita è il principio, la famiglia ne è il grembo sorgivo, la libertà la condizione prima di sviluppo. Tutto il resto viene di conseguenza. Quando la Chiesa si interessa dell’inizio e della fine della vita, lo fa anche per salvaguardare il “durante”, perché ciò che le sta a cuore è tutto l’uomo, la cui dignità non è a corrente alternata. Sviluppando la precedente metafora, nella famiglia nasce la vita, viene accudita con amore e dedizione, fedeltà e gioia, tanto più quanto essa si presenta fragile e indifesa. La piccola vita – come la vita malata o anziana – è sentita parte viva e cara del corpo familiare poiché ognuno è importante, e sta a cuore agli altri per quello che è, non per ciò che fa o produce. Così deve essere nel corpo sociale e nello Stato. Lasciar andare alla deriva la vita fragile, che non ha neppure la voce o il volto da opporre per affermare se stessa, rivela un’autocomprensione efficientista e arrogante dello Stato, una sua inquietante carta d’identità, pur se il tutto è spesso motivato con ragioni alte. È qui in questione non la sofferenza e il dramma di persone concrete, ma il porsi – e prima ancora il concepirsi – di uno Stato verso i suoi membri. La fotografia realista di una società è determinata anzitutto dal suo rapportarsi virtuoso non verso i soggetti efficienti, produttivi e gagliardi, ma verso i più bisognosi e indifesi. Sta qui la sua prima e incancellabile verità. E non in termini di assistenza, ma di giustizia poiché questo è lo scopo della buona politica. La vita fragile interpella non solo la famiglia, che già se ne fa carico, ma la società intera. Chiede alla comunità e ai suoi apparati istituzionali di non essere abbandonata ma di essere presa “a cuore”. È evidente che ciò rappresenta un impegno per la collettività in termini di risorse economiche e assistenziali; come è evidente che tali vite spesso non avranno da ricambiare con compensi o consenso. Ma la vera risposta sta nel fatto che la società avrà fatto il proprio dovere, paga di essere umana. Ecco perché quando si giunge di fronte alla grande porta dei fondamentali dell’umano, non è possibile il silenzio da parte di alcuno, persone e istituzioni: si è arrivati al “dunque”. Reticenze o scorciatoie non sono possibili: bisogna dire il volto che si vuole dare allo Stato, se è una famiglia di persone o un groviglio di interessi; se un agglomerato di individui o una rete di relazioni su cui ciascuno sa di poter contare, specialmente nelle fasi di maggiore fragilità.
7. Certo la difesa dei diritti ha fatto grandi progressi, e dunque in qualche modo può ritenersi un dato basilare unificante le diverse formazioni e diversi gruppi. Ma come non riconoscere una singolare tendenza arbitrariamente selettiva di quanto viene proposto come irrinunciabile e innegoziabile? Ecco perché la già evocata «questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica» (Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 75). Dobbiamo stare attenti che una certa cultura nebulosa non ci annebbi la vista, inducendoci a non riconoscere più, tra i principi che mandano avanti la società, i fondamenti che non sono confessionali, come si insiste a dire, ma semplicemente di ordine razionale. Anzi, è necessario che in un momento elettorale si certifichi dove essi trovano dimora. Si tratta della vita, come ho detto, dal suo concepimento alla morte naturale, dunque la rinuncia all’eutanasia comunque si presenti, la libertà di coscienza e di educazione, la famiglia basata sul vincolo del matrimonio tra l’uomo e la donna, la giustizia uguale per tutti, la pace. Sono le determinazioni storico-pratiche o principi basilari, dunque non negoziabili, per i quali c’è un fondamento, oltre che nella ragione, nella nostra stessa Costituzione, e ai quali tutti gli uomini di buona volontà debbono attenersi. Chiunque si rifà al bene comune immediato non può non considerarli per ciò che sono, ossia valori non derogabili sul piano della civiltà politica, pena un arretramento antropologico e sociale. Perché la Chiesa insiste tanto? Perché ha a cuore l’uomo! Perché è chiamata a rappresentare «la memoria dell’essere uomini di fronte a una civiltà dell’oblio, che ormai conosce soltanto se stessa e il proprio criterio di misura. […] La Chiesa certamente non ha soluzioni pronte per le singole questioni. Insieme alle altre forze sociali, essa lotterà per le risposte che maggiormente corrispondano alla giusta misura dell’essere umano. Ciò che essa ha individuato come valori fondamentali, costitutivi e non negoziabili dell’esistenza umana, lo deve difendere con la massima chiarezza. Deve fare tutto il possibile per creare una convinzione che poi possa tradursi in azione politica» (Benedetto XVI, Discorso alla Curia Romana, 21 dicembre 2012). Su questi principi i cattolici sanno che non esiste compromesso o mediazione comunque si voglia chiamare, poiché ne va dell’umano nella sua radice. Per questo la Chiesa è “avanguardia”. Si sente ripetere che questi sono valori “divisivi” mentre quelli sociali sarebbero “unitivi”: in realtà, i valori sociali dei quali abbiamo parlato sopra e che la Chiesa conosce e pratica fin dal suo nascere (cfr At 2) stanno in piedi se a monte c’è il rispetto della dignità inviolabile della persona. Fa specie che taluno consideri tali principi come retaggio clericale quando sono le garanzie ultime per gli indifesi e i senza diritto di parola. In questa cornice, ci pare senza dubbio importante la campagna «Uno di noi» che partirà prossimamente e vuole portare nelle sedi comunitarie l’istanza della vita, senza più selezioni. Così come stupisce che si programmi fin d’ora di discostarsi da essi, quale passaggio necessario per “entrare” a pieno titolo nell’Europa evoluta. Ma l’evoluzione e il progresso consistono nel negare i valori umani? E perché dovremmo noi inseguire e copiare qualcuno che, abdicando ad essi, si è allontanato dal circuito valoriale ed è entrato in un assolutismo del relativo, del precario, del soggettivo, rischiando di congedarsi dalla storia? Gli esiti sociali riscontrabili di quella impostazione ci legittimano a tanto? Perché si dovrebbe «contenere» l’Europa – per altro necessaria – quando avanza pretese esigenti sul fronte – ad esempio – delle regole sul lavoro, ed assecondarla invece quando vorrebbe decidere dell’equilibrio esistenziale della nostra umana esperienza? Fa pensare la Caritas in veritate quando avverte: «Come ci si potrà stupire dell’indifferenza per le situazioni umane di degrado, se l’indifferenza caratterizza persino il nostro atteggiamento verso ciò che è umano e ciò che non lo è?» (ib). Come Vescovi, sentiamo di dover far nostro l’invito proveniente oggi anche da soggetti insospettabile, di non lasciarci dividere dal secolarismo piegato in versione nichilista. La crisi in atto – che in ultima istanza può essere vinta solo con la cultura della vita (cfr Messaggio CEI per la Giornata della vita 2013), ci ricorda che senza un’apertura al trascendente l’uomo diventa incapace alla lunga di agire per la giustizia (cfr. Benedetto XVI, Discorso a Justitia et Pax cit.). Dunque, il bene comune immanente che tenacemente va perseguito, deve mantenere i cieli aperti perché questo procura perentorietà e dedizione all’iniziativa dei singoli.
8. La madre di tutte le crisi è l’individualismo. E questo è figlio della cultura nichilista per cui tutto è moralmente equivalente, nulla vi sarebbe di oggettivo e di universale valido e obbligante. È questo il tarlo più o meno mascherato che sta modificando dal di dentro gli assetti dell’orientamento comune e delle prassi sociali. Nel suo congenito utilitarismo, l’ideologia individualistica concepisce «la persona come un essere fluido, senza consistenza permanente», per la quale non c’è una natura precostituita, è il soggetto a crearsela (cfr. Benedetto XVI, Discorso alla Curia Romana cit.). In realtà, è la cultura del limite quella che viene rimossa, in quanto ritenuta negazione della libertà individuale e dello slancio vitale. Dunque, non conveniente e ingiusta. Si tratta – a ben vedere – di una sorta di moderno delirio di onnipotenza che nella storia umana è già stato più volte sperimentato. Una distorsione radicale del desiderio di libertà e di autorealizzazione, una sorta di fuga dal realismo fattuale e dalla ragione stessa. Di qui l’incapacità di legami veri, in cui l’altro sia non solo la proiezione o lo specchio di sé, ma il terminale di una relazione a misura intera dell’essere. Si annida qui un’idea bugiarda e infondata di un’autonomia personale che accetta di entrare in comunicazione con l’altro solo potendola – la comunicazione – interrompere in ogni momento (cfr ib). Ovvio che tutto questo abbia una ricaduta pesante sull’esperienza familiare e le sue possibilità di tenuta, ma prima ancora sulla prospettiva di potervi tener fede. Ed è uno dei motivi del calo dei matrimoni, di cui pure si è parlato negli ultimi mesi, ma anche della grave situazione demografica. Peccato che, nei giorni successivi, l’argomento sia rapidamente scomparso dal dibattito pubblico, quasi fosse un tema tra mille altri, e non ci si sia interrogati adeguatamente sulle proiezioni in termini di futuro di questa sottovalutazione. Ed ecco anche uno dei motivi per cui si continua a riproporre il tema dei matrimoni omosessuali, quasi si trattasse di un approdo inevitabile. La famiglia precede lo Stato, in quanto è un istituto dotato di una sua naturalità per nulla convenzionale, perché iscritta nel codice addirittura fisico della persona: le differenze sessuali, infatti, si richiamano vicendevolmente in vista di un mutuo completamento nel segno dell’amore che è accoglienza e dono, grembo di nuove vite da generare e educare. Il diritto del bambino – non al bambino – viene prima di ogni desiderio individuale.
La famiglia si è mostrata ancora una volta come l’elemento fondamentale per la coesione sociale delle diverse generazioni, la cellula primordiale e il patrimonio incomparabile su cui poggia la società. Per queste ragioni nulla può esserle equiparata, né tanto né poco. Né può essere indebolita da ideologie antifamiliari o simil-familiari, che vorrebbero ridefinire la famiglia e il matrimonio mutando l’alfabeto naturale e istituendo modelli alternativi che la umilierebbero alimentando il disorientamento educativo. Si sente dire che “dove c’è amore c’è famiglia”. Mi sembra un’affermazione suggestiva ma qualunquista, perché la coppia – per fare famiglia – oltre l’amore richiede anche altri elementi costitutivi: capacità, doveri e diritti, su cui la società conta e per i quali s'impegna. Tutto ciò appartiene a quel senso comune in grado di sfidare qualunque sollecitazione: semmai ha solo bisogno di essere confortato e consolidato. Dispiace, a dire il vero, che tutto questo non si voglia comprendere, come se la Chiesa nutrisse degli ostinati pregiudizi. Ma se esistono lucidità intellettuale e onestà morale, perché non è dichiarato apertamente ciò che ad arte viene taciuto, seppur faccia qua e là capolino? E cioè, se la natura dell’uomo non esiste, allora si può fare tutto, non solo ipotizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso. La recente sentenza della Cassazione sull’adottabilità da parte delle coppie omosessuali, oltre ad essere stata immotivatamente ampliata nella propria valenza, non può certo mutare la domanda innata di ogni bambino: quella di crescere con un papà e una mamma nella ricca armonia delle differenze. C’è in giro una notevole confusione, perché si pensa che la realtà sia superata, che nessuna verità esista, ma se ciò è vero – avverte Spaemann – allora tutto diventa questione di potere. Ed è ciò che sta sotto i nostri occhi, ma è anche ciò che la Chiesa, «esperta in umanità» (Paolo VI, Discorso all’Assemblea dell’Onu, 4 ottobre 1965), non potrà mai accettare: «La verità per noi è più importante della derisione del mondo» (Benedetto XVI, Omelia all’Epifania cit.). E questo non per opporsi al mondo moderno con le sue luci e conquiste, i suoi aneliti giusti e nobili, ma per lo stesso amore che ha spinto il Samaritano del Vangelo a farsi umilmente prossimo. Così come il venerabile Paolo VI disse al termine del Concilio Vaticano II: «L’antica storia del Samaritano è stato il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso […]. Questo Concilio tutto si risolve nel suo conclusivo significato religioso, altro non essendo che un potente e amichevole invito all’umanità d’oggi a ritrovare […] quel Dio “dal Quale allontanarsi è cadere, al Quale rivolgersi è risorgere, nel Quale rimanere è stare saldi, al Quale ritornare è rinascere, nel Quale abitare è vivere” (Sant’Agostino, Soliloqui, I,1 3)» (7 dicembre1965).
Cari Confratelli, mi fermo qui, anche se le questioni toccate meriterebbero probabilmente dell’altro: ma questo verrà dal nostro confronto. Continuiamo a stare nella speranza, cioè con il Signore e la sua beatissima Madre. Grazie.
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